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martedì 13 febbraio 2007 - Prodi: la solita italietta dei tanti giri di valzer

Il ministro degli esteri, Massimo D’Alema, non ha fatto in tempo a dire che il caso della lettera dei sei ambasciatori sull’Afghanistan “è chiuso”, che già è ricominciata la guerriglia interna al governo sulla politica estera. E’ bastato l’annuncio del ministro della difesa, Arturo Parisi, sull’Italia che resterà in Afghanistan fino al 2011 e la sinistra estrema è tornata a lanciare bombe contro l’esecutivo di cui è una componente essenziale. “Parole sorprendenti quanto inaccettabili”, è stato il commento del leader dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, i Verdi hanno aperto un fuoco di sbarramento contro Parisi, mentre il dissidente rifondarolo Salvatore Cannavò ha annunciato che le considerazioni del ministro della difesa sono “una ragione in più per opporsi” al rifinanziamento delle missioni internazionali dell’Italia. Romano Prodi è stato costretto a perturbare il suo viaggio in India per tentare di ottenere una tregua all’interno della sua bellicosa coalizione: “ho preso un impegno con le Nazioni Unite e intendo mantenerlo”. Il caso è chiuso? No. Nonostante il vertice di martedì notte, l’Italia continua a essere senza politica estera. E la guerra, più che in Afghanistan, sembra essere dentro la maggioranza. Tra sei giorni, l’estrema sinistra di lotta e poca responsabilità di governo si ritroverà tutta a manifestare a Vicenza contro l’allargamento della base militare americana. Comunisti italiani, Rifondazione comunista, Verdi e perfino qualche esponente dei Democratici di sinistra scenderanno in piazza contro il proprio governo, contro i ministri dei loro stessi partiti. Tra qualche settimana, poi, ricominceranno le palpitazioni governative per la conversione parlamentare del decreto sulla missione in Afghanistan. Un buon numero di senatori dissidenti minaccerà di votare contro il rifinanziamento fino all’ultimo minuto, qualcuno si rinsavirà di fronte alla fiducia ma, senza i senatori a vita e il senso di responsabilità dell’opposizione, il governo di Romano Prodi sarebbe costretto a andare a casa. E’ inutile nascondersi dietro a un dito o a un vertice notturno: le divisioni interne sono tante e tali che l’Italia non ha più credibilità internazionale. La lettera dei sei ambasciatori e le dichiarazioni del dipartimento di Stato americano sono state dettate da questa schizofrenia irresponsabile della coalizione prodiana. Non c’è nulla di irrituale o negativo in questa iniziativa diplomatica pubblica – come invece continuano a pretendere il presidente del Consiglio e il ministro degli esteri. Gli alleati hanno bisogno di sapere in che misura l’Italia è disponibile a rispettare gli impegni assunti a livello internazionale. La politica estera non si può fare dando un colpo al cerchio (le dichiarazioni d’amore che D’Alema invia al segretario di Stato americano Condoleezza Rice) e un altro alla botte (la litania sulla pace e sull’aspetto civile delle missioni militari che Prodi cerca di vendere all’estrema sinistra e al suo elettorato). Occorrono coerenza, determinazione e soprattutto coesione interna. E qui sta il punto dolente. L’accozzaglia di personalità e forze politiche che è stata messa insieme per abbattere Silvio Berlusconi ha idee troppo diverse per permettere al governo di avere una dottrina internazionale. Aldilà delle divisioni su Vicenza o sull’Afghanistan, c’è una questione molto più grave per il futuro immediato del nostro paese. Almeno un terzo dell’attuale maggioranza non ha nessun interesse a agire con quel senso di responsabilità che è proprio di chi sta al governo. Ci sono gli Alfonso Pecoraro Scanio che sghignazzano ai funerali di Stato per i martiri del terrorismo di Nassirya, ci sono gli Oliviero Diliberto che partecipano ai cortei dove si bruciano bandiere americane e israeliane, ci sono i Franco Giordano che non fanno differenza tra i Talebani che fanno esplodere autobombe contro la popolazione civile e i soldati che cercano di proteggere la gente comune. Insomma, il difetto sta nel manico della maggioranza di Romano Prodi e non bastano le acrobazie verbali di Massimo D’Alema, le rassicurazioni transatlantiche di Francesco Rutelli o la fedeltà all’America dei Radicali per compensare la totale mancanza di responsabilità dell’estrema sinistra. La politica è un “do ut des” e non si può pretendere di essere affidabili alleati degli americani e degli altri partner internazionali se si dà voce e spazio al peggior anti-americanismo. Ci si sarebbe aspettati un sussulto di Prodi per il bene suo e del paese. Invece, il presidente del Consiglio ha dimostrato altrettanta irresponsabilità, continuando a reclamizzare una politica estera fondata sul buonismo delle anime belle. E’ sufficiente leggere gli estratti della lunga intervista di di venerdì scorso al quotidiano indiano The Hindu per comprendere quanto naif sia la dottrina internazionale di Romano Prodi. “Il nostro sforzo sarà puntato verso gli aiuti umanitari dando grande enfasi al supporto alla popolazione”, ha detto il presidente del Consiglio. Ma quanti soldi sono già stati spesi dall’Italia e dalla comunità internazionale per sostenere il governo afgano, senza ottenere grandi risultati perché le condizioni di sicurezza non lo consentono? E sarebbe anche ora di sfatare il mito prodiano degli “italiani brava gente”, con i nostri soldati che sono amati dalle popolazioni locali e che dovunque vadano ottengono successi, perché altrimenti non si spiega perché il governo continua a opporsi all’invio del nostro contingente nelle zone controllate dai Talebani. “Negli ultimi 5-6 anni abbiamo solo aperto problemi internazionali e non ne abbiamo chiuso nessuno, Palestina, Afghanistan, Iran, Darfur, Somalia e Libano”, ha aggiunto Prodi dall’India, chiedendosi retoricamente se “non è l’ora di tenere una Conferenza internazionale per chiudere in maniera condivisa qualcuno di questi problemi?”. Forse il presidente del Consiglio ha dimenticato le decine di conferenze internazionali che si sono tenute per ciascuna di queste crisi e che non basta una conferenza per fare la pace. Forse Prodi ignora il fatto che sull’Afghanistan ci sono potenze che giocano al tanto peggio tanto meglio, come il Pakistan che sponsorizza i Talebani per tenere sotto ricatto gli americani o l’Iran che mai si siederebbe attorno allo stesso tavolo insieme a paesi che considera nemici. C’è da augurarsi che la falsa innocenza pacifista di Prodi sull’Afghanistan sia dettata da ragioni di politica interna, altrimenti si tratterebbe di un grave sintomo di cecità politica, atto a determinare la sua incapacità a guidare un paese sulla scena internazionale. E’ in questo contesto che va letta la lettera dei sei ambasciatori. Prodi dice di essere rimasto sorpreso perché “non c’era alcun precedente del genere nella tradizione diplomatica: generalmente con i Paesi che sono i tuoi amici hai conversazioni e salutari scambi di vedute, non lettere aperte per mettere il problema davanti all'opinione pubblica”. In realtà, Stati Uniti, Regno Unito, Olanda, Romania, Australia e Canada hanno messo in pratica quel che lui stesso ha fatto in tutta la sua carriera politica e di governo (il più delle volte immotivatamente contro gli Stati Uniti): esprimere alla luce del sole la preoccupazione per la credibilità di un paese e della sua politica internazionale. Secondo Prodi, “il vero ruolo degli ambasciatori è di risolvere i problemi, non di tentare di creare difficoltà politiche”. La verità è che le difficoltà politiche di Prodi erano ben presenti molto prima della pubblicazione della lettera e che il presidente del Consiglio sta usando l’espediente degli ambasciatori per continuare con il suo cerchiobottismo. L’interrogativo posto all’Italia in realtà è chiaro. La popolazione afgana, il governo di Kabul, gli Stati Uniti, la Nato e le Nazioni Unite chiedono al governo Prodi di confermare il suo impegno e di rafforzare la sua presenza militare nel paese, perché tra poche settimane avrà inizio l’offensiva di primavera dei Talebani che metterà a rischio le conquiste finora ottenute. Nessuno dice che la soluzione sia solo militare, ma senza la sicurezza nessuno dei progressi conquistati – le elezioni democratiche, la riconquista dei diritti da parte delle donne, la ricostruzione e la stabilità in buona parte dell’Afghanistan – potrà essere garantito. L’Italia deve scegliere nuovamente se stare dalla parte degli afgani oppure farsi complice dei Talebani nel loro tentativo di riconquista oscurantista. Magari ricordando a Prodi – e a tutti quelli che la citano a fini strumentalmente politici – che la Costituzione italiana non dice solo che “l’Italia ripudia la guerra”. L’articolo 11 della nostra carta fondativa afferma chiaramente che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. E quindi anche la guerra dei talebani come strumento di offesa della libertà degli afgani.
 


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