Marcia avanti e marcia indietro: il caos ordinatissimo di Berlusconi e una mentalità vincente da valorizzare.

di Stefania Fuscagni*

Mi candido, non mi candito. Monti sì, Monti no. PDL unito o PDL spacchettato. Federazione o partito unico. A prima vista le dichiarazioni del Presidente Berlusconi sembrano davvero contraddittorie, in alcuni momenti confuse. E’ davvero così? In molti crediamo di no, ma non solo: in molti pensiamo che mai come in queste ore Berlusconi dimostri di essere pienamente in linea con tutto ciò che ha detto, fatto, sperato e voluto fin dalla sua discesa in campo: costringere la sinistra all’opposizione.
Partiamo da alcuni punti fermi, uno in particolare: l’ obiettivo principale e naturale di ogni centrodestra che si rispetti è quello di vincere il centrosinistra, così come l’ obiettivo principale e naturale di ogni centrosinistra che si rispetti è quello di vincere il centrodestra. Elementare, se si vuole, ma non scontato in questi mesi dove la sfida di molti pare essere solo la propria sopravvivenza politica.
Se diamo per assodato che il punto dirimente è, detta brutalmente, quello di vincere le elezioni da parte dei due “blocchi” oggi condannati alla coabitazione, va da sé che la strategia necessaria per ognuno dei due schieramenti sarà quella di creare le condizioni per avere un voto in più dell’altro. Il linguaggio, lo capisco, potrà sembrare selvaggio ma in fondo questa competizione si chiama semplicemente democrazia. Poi è evidente che “vincere” le elezioni non è il punto finale, ma semmai è il punto iniziale perché alla base del “voler vincere” c’è un’idea di Paese da mettere al centro e va da sé che le idee di Paese sono diverse non solo in termini economici ma anche etici e morali. Insomma di base sappiamo che con la sinistra al Governo si determinano alcune scelte in termini di spesa pubblica, in termini di libertà educativa nella misura stessa della sua negazione ideologica, in termini di questioni sociali a partire da “nuove” forme di famiglie o a visioni molto “deboli” sul fine vita. Questo è evidente così come è evidente che i partiti a trazione berlusconiana – pur con “minoranze” riconosciute- su alcuni punti hanno tenuto la barra e se anche hanno fatto meno di quanto avrebbero voluto, potuto o saputo fare di certo non hanno mai tradito il solco del popolarismo europeo almeno nei principi cardine. Basta ricordare la vicenda della Englaro o della legge 40. Chi, a questo punto, evoca le vicende private di Berlusconi mostra una tendenza al “guardonismo” che chi scrive poco condivide e che anzi mi fa dire che tradurre eventuali peccati privati in sicuri pubblici reati con tanto di giudizio morale – o meglio moralistici- annesso e connesso, dimostra di essere figlio della miglior tradizione illiberale che la storia europea ricordi: il giacobinismo a senso unico distante dal quale mi trovo assolutamente bene.
In sostanza la “parabola” – ancora lontana dall’esaurirsi – del Presidente Berlusconi è sempre stata quella di unire tutti coloro che stanno dalla parte opposta rispetto alla sinistra italiana. Lo è stato nel 1994, nel 1996, nel 2001, nel 2006, nel 2008 e lo è oggi. Lo è stato con FI, con il PDL e lo sarà anche a costo di “cambiare” il PDL. Questo non perché la sinistra sia il male, ma perché per molti non rappresenta la soluzione giusta per questo Paese. Il che può essere anche discutibile, ma è di certo legittimo. Che cosa fa quindi un politico che ha a cuore l’obiettivo più che lo strumento? Fa una cosa semplice: cerca la strada per raggiungere l’obiettivo e l’obiettivo è trovare una formula che tenga insieme i moderati, federalisti e liberali che nel “duo” Bersani-Vendola (magari stimando il primo e assai poco il secondo) vedono in ogni caso un tandem a cui non si vuol affidare il Paese. Bene. Dato questo quadro si vedono le differenti azioni dei cosiddetti “popolari europei”, cioè quelli che dovrebbero essere alternativi a Bersani e Vendola.
Cominciamo da Casini. Casini ha da sempre in testa un progetto, ma mai riesce a realizzarlo. Poco male, si dirà ed in effetti è così. Però va detto che la sua “parola” chiave è il partito dei moderati che faccia o l’ago della bilancia o da “smacchiatore” della sinistra magari eludendo Vendola ma solo come ruota di scorta al PD a trazione bersaniana (quindi dalemiana). Al massimo si inoltra nel non “luogo” del terzo polo che va bene per la testimonianza ma serve solo a chi la fa. Questa è una strategia forse vincente a breve, forse anche “furba”, ma è tattica allo stato puro e non si coniuga con la possibilità di “vincere” le elezioni ma semmai di sopravvivere ad esse. Passiamo a Montezemolo: non si capisce cosa fa, ma si capisce che non si candida. Un po’ pochino per aspirare, non dico ad essere leader, ma anche ad essere considerato “politicamente” esistente. Quindi Fini sul quale poco davvero c’è da dire. Andiamo oltre il “centro”, passiamo a destra. La Meloni e Crosetto si interrogano su intelligenti questioni ma sanno di dar vita ad un soggetto politico che risponde ad un disagio – anche fondato – la cui aspirazione è poco più del 5%. Storace ha dato prova di grande coerenza, ma non va oltre il 4%. Monti, che è molto meglio del Governo Monti, è stimatissimo in Europa ma da solo non può superare – sempre che lo voglia- il duo Bersani-Vendola come il PPE, che pure lo “ama”, di fatto gli chiede. Maroni ha scelto il Nord che però non basta per dire Italia, anche se il Nord che ha in mente Maroni è utile e buono per l’Italia che molti di noi hanno nel cuore. Insomma: Casini, Montezemolo, Fini (sempre che lo si voglia proprio annoverare giusto per diritto di cronaca), Storace, Maroni si interrogano, con grande attenzione, su come valorizzare il loro soggetto politico. Legittimo. Berlusconi no. Berlusconi dice: se stiamo insieme la sinistra sta all’opposizione, se ci dividiamo ognuno di noi magari farà una bella figura ma tutti insieme consegneremo il Paese alla sinistra. E’ anomalo? Può darsi, ma è l’unico che quando parla di elezioni si pone il problema di vincerle: costi questo un passo avanti o pure indietro; costi questo il cambio di nomi, di strategia o di contenitori. E’ una mentalità che apprezzo e che condivido perché in fondo chi vince governa e chi perde controlla e come diceva Margaret Thatcher “se vuoi cambiare il tuo partito, guidalo, se vuoi cambiare il tuo Paese, guidalo”. Il resto è legittimo, ma è tutta un’altra cosa. Per questo ancora una volta credo che Berlusconi ha dato ai moderati la soluzione giusta: stare insieme, costi quel che costi, perché in palio non c’è vincere le elezioni ma thatcherianemente guidare il Paese. E’ una sfida che vale la pena di giocarsi visto che abbiamo in mente il Paese che vogliamo. E anche quello che non vogliamo.

*Portavoce Opposizione Consiglio Regionale della Toscana

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