Politica e cattolici: non servono partiti cattolici, ma “nuovi” cattolici in politica

di Stefania Fuscagni
Portavoce dell’Opposizione
Consiglio regionale della Toscana

In questi mesi il dibattito politico si è orientato anche circa la possibilità o la necessità di un nuovo e unico partito dei cattolici. Lo dico subito: la penso diversamente anzi non credo che a questo Paese serva un Partito unico dei cattolici. E’ servito in anni passati e ha garantito libertà e sviluppo: su quegli anni, semmai, servirebbe una storiografia meno silente e più veritiera anche circa la dialettica aspra con l’allora PCI.
Oggi, per dirla forse un po’ brutalmente, semmai servono “nuovi” cattolici disposti a fare politica. Cattolici che non si sentano solo come l’espressione moderata di un centrismo incerto, ma come lievito e cemento di pochi ma non negoziabili valori. Parrini racconta l’esperienza dei cattolici come di “raminghi” e apolidi ospiti in case non proprie o non adatte alle sfide della contemporaneità. C’è del vero – e mi permetto di dire solo in parte per come la vedo io- in questa descrizione triste. C’è del vero anche se ci sono state case più accoglienti magari nella forma e meno nella sostanza come, a mio modo di vedere, è stata ed è l’opzione di centro-sinistra che non raramente ha preso posizioni discutibili per il mondo cattolico relegando i cattolici stessi nel perimetro mortificante e silente dell’astensione o dei distinguo. E’ successo anche in Toscana quando si trattò di votare una legge regionale a sostegno e promozione della famiglia; è successo con il caso Englaro, con le questioni inerenti il testamento biologico, il fine vita, la scuola libera. Certo, anche il centro-destra qualche volta ci ha messo in “minoranza”, ma mi sento di dire che ciò è avvenuto quando ci siamo trovati dinnanzi a scelte “private” e molto raramente dinnanzi a scelte pubbliche. Ho scritto proprio in questi ultimi mesi una breve pubblicazione dal titolo “Cattolici nel centro-destra. Pensieri, parole, opere, omissioni” dove ripercorro, insieme ad alcuni amici, le ragioni storiche e culturali del nostro stare nella metà campo del centro-destra. Nessuno nega che ci siano state importante omissioni anche da parte nostra, ma rimane il fatto che le scelte pubbliche sono sempre state armoniche con il nostro sentire di e da cattolici. Va da sé che il quadro politico italiano va migliorato e che questi partiti, tutti, debbano essere aperti a profonde modifiche ma questo non richiede, a mio modo di vedere, la fuga dei cattolici verso l’isola che non c’è. Semmai richiede ai cattolici, a tutti i cattolici, più coraggio e più peso specifico. Non sarà nella ricorsa verso il passato che costruiremo il futuro, ma sarà nell’autorevolezza del presente che potremmo migliorare un impianto politico che non può che raggiungere la normalità nella dialettica tra il liberal-popolarismo e la socialdemocrazia. Se, insomma, in questi anni abbiamo pesato poco forse le responsabilità non vanno cercate nel sistema ma ognuno nella propria storia e nelle proprie scelte misurando il tasso di successo e di libertà che ci sono stati dati e la sopportazione alla non influenza che ognuno di noi ha tollerato. Insomma: non ci salveremo con la critica, ma solo con l’autocritica e con il coraggio di consegnare alla storia la DC per evitare che sia un pannicello caldo da usare nel tempo difficile delle nostre scelte.

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